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Buone feste!

Felice Natale a tutti amici, sono riuscita a trovare un paio di giorni per finire di colorare Topolino e postarvelo qui.

Che sia un anno pieno di pace e serenità per tutti.

Spero di avere anni più tranquilli in futuro, mi riterrei fortunata a trovare un posto dove vivere serenamente.

Vi lascio in compagnia del topo più famoso del mondo che ha compiuto 90 anni

 

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LIETE FESTE! :)

E il Natale è ormai vicino, l’anno è volato prima che potessi mettere un post nuovo (quest’anno è andata così spero di poter scrivere qualcosina in più per l’anno che verrà).

Auguri a tutti gli amici e ai visitatori che passano di qua, che il nuovo anno ci porti tante cose belle..e si sbrigasse! 🙂

Con l’immagine del piano del mio frigo che ormai sembra un banchetto natalizio 🙂 vi  faccio tanti tanti auguri! Felici giorni di festa! 🙂

 

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Magici auguri a tutti!

Le festività natalizie sono sempre più vicine e colgo l’occasione per fare tantissimi auguri ai miei amici di blog e ai visitatori che passano da queste parti, augurando a tutti felici giorni di festa e un bellissimo anno nuovo! Un abbraccio a tutti!  

Divertendomi un po con la grafica ho cambiato un ‘immagine di Harry Potter per l’occasione, auguri a tutti!

 

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Le pietre di Ica

Raffigurazione di un intervento chirurgico

In Perù, ai piedi delle Ande, vicino all’altopiano di Nazca c’è un territorio arido e sabbioso: il deserto di Ocucaje. In questa zona all’inizio del 1900 furono scoperte molte antiche necropoli appartenenenti alle culture Nazca e Paracas dove furono rinvenute centinaia di mummie e di oggetti in oro, la data stimata di questi preziosi ritrovamenti era compresa fra il 400 a.C. e il 400 d.C. Ocucaje insieme alle zone di Pisco e Nazca faceva parte dell’impero Chincha precedente a quello Inca.
In questo vasto territorio nel 1960 il fiume Ica straripò, l’esondazione portò alla luce andesiti carbonizzate, pietre di varie dimensioni alcune delle quali arrivavano ad oltre due quintali. Sei anni dopo un contadino della zona Felix Liosa Romero, regalò una di queste pietre ad un suo amico d’infanzia, il dottor Javier Cabrera Darquea, medico chirurgo all’ospedale di Ica, docente di biologia e di antropologia all’Università di Ica, appassionato di archeologia. Cabrera notò l’incisione di un pesce sulla pietra, scoprì che era un agnathus, una specie estinta da migliaia di anni. Chiese a Romero da dove proveniva la pietra che gli aveva donato, l’amico gli disse che i contadini di Ocucaje le vendevano per pochi soldi, in quella zona così ricca di reperti erano soliti saccheggiare le tombe. Cabrera raccolse moltissime pietre per studiarle, alcune presentavano incisioni di carte geografiche che rappresentavano Atlantide, Lemuria e l’America. La forma dei continenti incisi sulle pietre era quella che la terra aveva 13 milioni di anni fa. Tanta precisione nella delineazione dei continenti faceva supporre che anticamente erano in grado di volare oltre l’atmosfera terrestre, a conferma di ciò alcune pietre raffiguravano navi volanti sospese in aria. Su molte pietre erano incise operazioni chirurgiche, trafusioni, agopuntura, operazioni a cuore aperto. C’erano corpi uguali ai nostri che raffigurati in trasparenza mettevano in evidenza gli organi interni. Altre avevano immagini di dinosauri che vissero nel Mesozoico, 250 milioni di anni fa. Su alcune erano rappresentati piante e animali che avevano un’età di 65 milioni di anni. Secondo gli studiosi che analizzarono le pietre, le incisioni avevano circa 12000 anni. Secondo il geologo americano Ryan Drum, le andesiti non presentavano tracce di manipolazioni e affermò “Se le pietre sono genuine , allora hanno un incredibile valore”. Joseph Blumrich, un ex-esperto della Nasa rimase impressionato alla vista delle pietre asserendo che non aveva alcun dubbio che fossero autentiche.
Un giornalista americano, Brad Steiger, nel 1991 incontrò Cabrera e anche lui fu colpito dalle incisioni delle pietre, notò che su quelle più grandi era riportata l’astrologia e l’astronomia di un popolo vissuto 230 milioni di anni fa, un popolo che probabilmente discendeva da una razza aliena che era giunta sulla terra 400 milioni di anni fa. In alcune pietre c’erano gli antenati dell’Homo Sapiens, esseri che inizialmente erano anfibi, poi rettili e infine mammiferi. Secondo Cabrera questi esseri erano il risultato di una mutazione genetica opera di una razza aliena che stava seguendo un piano scientifico, piano che terminò con l’estinzione delle loro creature distrutte dalla stessa calamità che seppellì le pietre di Ica.
Cabrera riuscì a trovare circa 20000 pietre e le espose presso la Casa della Cultura di Ica di cui fu direttore.

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Auguri amici!

 

Pian piano le feste si avvicinano e colgo l’occasione per augurare agli amici di blog che hanno sempre trovato tempo per lasciarmi un saluto, un abbraccio, un sorriso, un felicissimo Natale e un magnifico anno nuovo pieno di belle sorprese per tutti voi! Grazie per ogni vostra presenza!

 

Anche se sarò un pochino occupata con il trasloco (spero di cambiar casa prima di Natale) vi porterò nel cuore e contateci, presto tornerò da voi, vi abbraccio forte forte!! 

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Tiahuanaco

Tempio di Kalasasaya

Tiahuanaco è un’antica quanto affascinante città che si trova sull’altopiano andino nei pressi della sponda sud-orientale del lago Titicaca, a circa 72 km a ovest di La Paz in Bolivia.
Della città, che sorge su un esteso sito archeologico di circa 450.000 mq, rimangono le ciclopiche rovine, costruzioni monolitiche di cento tonnellate e più che da migliaia di anni resistono ai cambiamenti climatici.
Tutt’oggi rimane un mistero il modo in cui la popolazione dell’epoca sia riuscita a tagliare perfettamente enormi pietre, a trasportarle e a collocarle a circa 60 chilometri dalle cave.
Il primo occidentale a visitare Tiahuanaco fu lo scrittore spagnolo Pedro Cieza de Leon nel 1549. Il suo libro “La cronica del Perú” scritto nel 1553 riporta: “Tiahuanaco non è una città molto grande, però è formata da edifici in pietra memorabili, circondati da mura ciclopiche. Nella città vi sono varie statue di idoli alte più della figura umana, tanto che sembra siano state scolpite da grandi maestri. La mia conclusione è che questa città sia la più antica di tutto il Perú.  Qui si dice che prima che il popolo Incas regnasse, questi edifici fossero già costruiti. Ho sentito dire che le mura e gli edifici del Cusco sono stati fatti a somiglianza di questi, ma nessuno è stato in grado di dirmi chi in realtà costruì Tiahuanaco.”
Dinnanzi alle rovine di Tiahuanaco si stupirono anche i conquistadores spagnoli che nel XVI secolo ne descrissero le bellezze nei loro resoconti.
“In un titanico palazzo vi è una sala lunga 14 metri, larga sette, con grandi portali e molte finestre. Gli indigeni dicono che è il tempio di Viracocha, il creatore del mondo” (Cieza de Leon).
“C’è un palazzo che è l’ottava meraviglia del mondo, con pietre lunghe 11 metri e larghe cinque, lavorate in modo da incastrarsi l’una nell’altra, senza vederne la connessione” (Jimenes de la Espada).
Nel XX secolo Arthur Posnansky (archeologo e ingegnere austriaco del 1873) fu il primo scienziato a interessarsi per lunghi anni alle rovine di Tiahuanaco.
Concluse dai suoi studi che la civiltà che fondò la città risaliva a circa 15000 anni prima di Cristo.
Nel 1945 scrisse un libro “Tiahuanaco, la culla dell’uomo americano”, un testo molto dettagliato e complesso che fu il frutto di circa 50 anni di ricerche, molto utile per chiunque avesse voluto conoscere in maniera approfondita il grande sito archeologico andino.
Nella prima parte Posnansky riportò la sua teoria sulla fondazione di Tiahuanaco.
Secondo l’archeologo la storia della sua fondazione interessò tre periodi di cui almeno i primi due furono antidiluviani.
Nel libro Posnansky riportò un’attenta descrizione dell’iconografia dei simboli della città prestando particolare attenzione a quelli scolpiti sulla Porta del Sole, uno dei più importanti monumenti di Tiahuanaco, il monolite più imponente fra quelli conosciuti al mondo presentava l’immagine del dio della creazione del mondo Viracocha che impugnava due scettri. Sulla Porta erano presenti anche altre raffigurazioni, immagini di animali estinti da 12000 anni e simboli che secondo l’archeologo rappresentavano un calendario di 12 mesi.
Per determinare la data del secondo periodo in cui fu fondata Tiahuanaco Posnansky portò avanti uno studio archeoastronomico sul tempio di Kalasasaya, una costruzione rettangolare lunga 128,74 metri e larga 118,26 metri.
Il tempio elevato su una piattaforma fu costruito seguendo linee astronomiche per poter essere probabilmente utilizzato come un osservatorio.
Nel tempio era presente una grande statua di arenaria rossa che rappresentava un idolo alto circa otto metri, era coperto di simboli come lo erano altre statue del luogo.
I simboli furono studiati accuratamente da Posnansky che giunse alla conclusione che gli abitanti di Tiahuanaco possedevano una buona conoscenza astronomica della sfericità della Terra.
Secondo l’archeologo le più antiche strutture che risalivano all’epoca antidiluviana del primo periodo erano la piramide di Akapana, il templete subterraneo e la Porta del Puma (Puma Punku).
Posnansky pensava che Tiahuanaco nel primo e secondo periodo si trovasse a circa 300 metri più in basso rispetto ai suoi odierni 3843 metri sul livello del mare. Gli studi portati avanti dall’archeologo confermavano che Tiahuanaco era stata una città portuale che si affacciava sul lago Titicaca come riportavano antiche storie del luogo.
Non si hanno prove certe di ciò che accadde in seguito. Probabilmente verso il 10000 avanti Cristo ci fu un cataclisma e la città fu quasi del tutto distrutta, seppellita dal fango sotto una coltre di 21 metri. A causa del disastro il lago Titicaca si ritrasse di circa 30 chilometri.
Col passare del tempo tornò alla luce ciò che era rimasto dell’antica imponente città ma verso il XII secolo dopo Cristo crollò per ragioni tuttora ignote.
I calcoli sulla datazione di Tiahuanaco fatti da Posnansky non convinsero i moderni archeologi certi che presentassero degli errori. Ciò indusse il famoso archeologo americano Neil Steede a ricontrollare gli scritti di Posnansky e dopo un’attenta analisi affermò:“Grazie agli strumenti astronomici più precisi che oggi abbiamo a nostra disposizione, possiamo dire che la datazione reale di Tiahuanaco risalga a dodicimila anni fa e questo dovrebbe far riflettere tutti noi sulla vera origine della civiltà”.
Secondo gli scritti di Manuel Gonzalez De La Rosa, sacerdote e storico peruviano del 1841, il nome originario di Tiahuanaco era Chucara e in tempi assai remoti era una città sotterranea, in superficie c’erano solo il villaggio degli operai e il cantiere per tagliare le pietre.
Leggende e storie sulla città di Tiahuanaco sono sopravvisute nel tempo fino ad arrivare ai giorni nostri.
I pescatori che erano soliti recarsi verso il lago Titicaca raccontavano che durante i periodi di siccità era possibile “toccare i tetti dei palazzi sommersi”.
Nel 1967 furono organizzate spedizioni subacque nel lago per cercare delle prove concrete. Sul fondo i sub trovarono immense muraglie e sotto costa c’erano antiche strade e dighe. Tantissimi furono gli oggetti ritrovati fra cui ceramiche, urne, figure di animali come il puma, tutti appartenenti al periodo Inca e pre-Inca.
Tiahuanaco nasconde ancora molti tesori sotto la sua superficie. Recentemente sono state fatte scansioni con il georadar che hanno segnalato la presenza di una piramide e di “anomalie” nel sottosuolo che potrebbero essere altre strutture.
Secondo Ludwig Cayo direttore del Centro di Ricerca Archeologica di Tiahuanaco gli scavi per portare alla luce la piramide dovrebbero cominciare quest’anno appena si raggiungeranno gli accordi fra le varie università e istituti stranieri che collaboreranno con esperti di archeologia.
Cayo ha affermato :«Esploreremo la zona di Kantatallita (71 km ad ovest di La Paz), ad ovest della piramide Akapana. È lì che abbiamo individuato una piramide sepolta di tre livelli».

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The Bloop

Nel 1997 il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), l’ente americano che si occupa dello studio del clima e degli ecosistemi marini, registrò nelle profondità dell’Oceano Pacifico al largo delle coste sudamericane, un misterioso suono noto come “The Bloop”.
Tale suono possedeva una bassissima e potente frequenza che secondo fonti ufficiali “saliva rapidamente in frequenza nel giro di un minuto e aveva un’ampiezza sufficiente da essere sentito da più sensori nel raggio di oltre 5.000 chilometri. La fonte del suono rimane ignota.”
Il dottor Christopher Fox, del NOAA, dichiarò che l’origine del suono non era artificiale, ne poteva essere causato da un fenomeno geologico come un terremoto.
Passando alcuni mesi a studiare la natura del suono Fox maturò l’idea che potesse essere stato causato dal distacco di un grande iceberg dal continente antartico.
Quella di Fox è una versione tutt’oggi sostenuta dal NOAA, l’iceberg probabilmente si trovava fra lo Stretto di Bransfield e il Mare di Ross o vicino Capo Adare.
Secondo alcuni studiosi il suono poteva essere stato emesso da un calamaro gigante ma il biologo marino Phil Lobel della Boston University escluse tale possibilità poichè i calamari essendo sprovvisti di una sacca piena di gas non potevano produrre quel tipo di rumore, Lobel non escluse però che il suono potesse essere di origine biologica.
Il Bloop era un suono molto più forte di quello emesso dalla balenottera azzurra, l’animale più grande fra quelli conosciuti, il mammifero con il verso più potente.
Una singolare coincidenza non sfuggì ad alcuni lettori di Howard Phillips Lovecraft (scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense del 1890).
Nel famoso romanzo “Il richiamo di Cthulhu” scritto nel 1926, Lovecraft narrò di una città sommersa nell’Oceano Pacifico, R’lyeh, in cui era imprigionata una gigantesca creatura marina che poteva emettere un suono in grado di estendersi per migliaia di chilometri attraverso l’oceano. L’origine del Bloop si trovava a circa 1760 chilometri dal luogo della città immaginata da Lovercraft.

La spiegazione più plausibile sembrò quella rilasciata dal NOAA, ma l’unica cosa certa è che il 95% degli oceani della terra rimangono tutt’oggi inesplorati e pieni di specie marine ancora sconosciute.

 

Nel video il suono del Bloop.

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Auguri!

Prendendo spunto dalla serenità che trasmette questo delizioso personaggio Disney che ho disegnato per mia madre, auguro agli amici di blog un felicissimo Natale e un anno nuovo pieno di belle novità! 

Un grande abbraccio a tutti voi!! 

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Derinkuyu

La Cappadocia, una regione della Turchia, ha una formazione geologica principalmente composta da tufo, ciò ha consentito all’uomo di ricavare le sue abitazioni dalla roccia creando insediamenti rupestri che formano singolari paesaggi.
Nel 1963 a Derinkuyu, una città della Cappadocia, in seguito ad una ristrutturazione ci fu una grande scoperta. Aprendo la parete di una grotta venne alla luce un passaggio che portava verso un’antica città sotterranea che si trovava a circa 85 metri di profondità, la più grande della Turchia, più vasta di quella che era stata scoperta sotto la vicina  Kaymakli.
La presenza di queste grandi città sotterranee probabilmente  era  data dal fatto chela Turchia essendo collocata tra l’Europa e il Medio Oriente, aveva avuto un passato travagliato, era infatti spesso invasa da eserciti nemici.
Secondo gli studiosi la città sotterranea di Derinkuyu fu costruita fra l’8000 e il 1400 a.C. per permettere alla gente del posto di nascondersi dagli invasori.
Gli uomini che costruirono le città nel sottosuolo probabilmente crearono prima i camini di aerazione per poi completare il lavoro costruendo locali e stanze collegati fra loro tramite corridoi e gallerie. Alle estremità di queste ultime venivano posti massi pesanti fino a 500 chili che potevano essere chiusi solo dall’interno impedendo a chiunque l’accesso.
Sotto Derinkuyu  fino ad ora sono stati scoperti venti livelli sotterranei, sono aperti al pubblico solo otto livelli superiori poichè alcuni sono bloccati ed altri sono riservati ad antropologi e archeologi che stanno studiando l’immensa città. Sono stati scoperti diversi locali, centri religiosi, una scuola, cantine, sale da pranzo, stalle per il bestiame,  grandi camere rocciose che potevano contenere circa 20.000 persone.
Secondo Alan Weisman, autore del libro “The world without us”,  anche se la razza umana sparisse le città nel sottosuolo della Cappadocia avrebbero buone possibilità di continuare ad esistere. Lo scrittore sostiene che nessuno è a conoscenza del numero effettivo delle città che si trovano sotto l’Anatolia. Fino ad oggi ne sono state ritrovate dieci fra le quali spiccano per la loro grandezza le città sotterranee di  Derinkuyu e Tatlarin.

 

 

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L’impronta fossile

Nell’estate del 1968 nei pressi di Antelope Springs (Utah) William J. Meister, un geologo collezionista di fossili e Mr. Francis Shape, durante una campagna di scavo trovarono diversi fossili di trilobiti (piccoli animali invertebrati marini originatisi nel periodo cambriano che iniziò circa 590 milioni di anni fa e durò 80 milioni di anni).
Durante gli scavi Meister aprì una lastra di roccia trovando un’impronta umana fossilizzata.
La roccia si aprì come un libro, su una parte appariva l’impronta di un piede umano, l’altra metà della lastra oltre l’impronta del piede  mostrava anche quella di una calzatura simile ad un sandalo che aveva schiacciato un trilobite vivente. La calzatura, la cui suola mostrava chiaramente la sporgenza del tacco, era lunga  26,03 cm e larga 8,9 cm.
Il 4 luglio 1968 Meister si recò sul luogo della scoperta con il dottor Clarence Coombs, del Columbia Union College e con il geologo Maurice Carlisle, dell’Università del Colorado.
Carlisle dopo aver scavato per due ore trovò uno strato di fango che un tempo si trovava in superficie. Il geologo capì che era il tipo di formazione che permetteva la conservazione di tracce fossili. Lo strato di roccia con l’impronta umana appareteneva al periodo del Cambriano.
Quando Meister diede la notizia della scoperta la scienza ufficiale si dimostrò scettica ferma sostenitrice che le origini dell’uomo moderno, ovvero dell’Homo sapiens, risalissero a circa 200.000 anni fa in Africa.
Due ricercatori americani, Richard Leslie Thompson e Michael Cremo, secondo i quali le origini dell’uomo sarebbero collegate a civiltà extraterrestri, studiarono l’impronta concludendo che si trattava di un reperto veritiero.
Il fossile dunque potrebbe essere la testimonianza della presenza di un’antica civiltà umana o extraterrestre.

Nella Bibbia ebraica si parla di Elohim una parola che solitamente indica “Dio”, ma se usata con verbi e aggettivi al plurale il suo significato cambia in “dei”.
Secondo alcuni studiosi gli ebrei non furono sempre monoteisti, il monoteismo iniziò tra il 1300 e il 1200 a.C., precedentemente il popolo ebraico era politeista.
La parola “dei” potrebbe indicare la presenza di creature di altri mondi che contribuirono a creare la razza umana, come raccontano alcuni contattati fra i quali Eugenio Siragusa e Maurizio Cavallo.
Quest’ultimo sostiene che circa 180 milioni di anni fa, l’uomo fu creato a immagine e somiglianza degli dei, alieni che eseguirono manipolazioni genetiche su un essere acquatico.

Il 20 luglio del 1968 ad Antelope Springs ci fu un’altra scoperta da parte di Clifford Burdick, un geologo di Tucson. Trovò una roccia che mostrava l’impronta di un piede di un bambino.
Burdick disse:”Il segno era di circa 6 pollici in lunghezza, con le dita estese, come se il ragazzo non avesse mai calzato scarpe, le quali, al contrario, comprimono generalmente le dita. Queste invece non appaiono essere molto inarcate, e il dito grande non è prominente”.
Circa un mese dopo, sempre ad Antelope Springs, un insegnante di Salt Lake City, Mr. Dean Bitter, scoprì altre due impronte di calzature.
Furono esaminate da un professore di metallurgia dell’Università dello Utah, Melvin Cook, che notando la presenza di un trilobite accanto alla roccia che aveva conservato le impronte, capì che si trattava di reperti dell’epoca del Cambriano.

Nel libro “Archeologia Proibita: la storia segreta della razza umana” gli scrittori Richard Leslie Thompson e Michael Cremo affermano che l’essere umano non ha origine dagli ominidi poiché sono due razze ben diverse. Reperti paleontologici e manufatti ritrovati in alcuni siti archeologici sarebbero la prova evidente che le origini dell’uomo risalirebbero a circa tre milioni di anni fa.